Written by 8:20 Riflessioni

Dal “vedere per credere” al “pagare per verificare”

Il vecchio detto “vedere per credere” è morto e sepolto. Quando vedo un’immagine o un video anche se non mi sembra sospetto, ormai la mia prima reazione automatica è chiedermi: “Sarà vero o è stato generato con l’AI?”. Forse sono solo diventato paranoico, forse è giusto che mi ponga il dubbio in modo sistematico, ma credo sia la conseguenza naturale di vivere in un’epoca in cui Google Nano Banana genera immagini che ingannano anche il più attento occhio umano e VEO-3 produce clip video così realistici che il 99,9% degli spettatori non riesce a distinguerli dalla realtà.

Ci sono dati e previsioni di esperti che dicono che entro la fine del 2026 oltre il novanta percento di tutto ciò che vedremo sarà generato dall’intelligenza artificiale e forse stiamo assistendo alla democratizzazione della falsificazione – un processo che sta trasformando la creazione di contenuti falsi da “arte” riservata a pochi esperti a possibilità accessibile a chiunque abbia una connessione internet. Ma il problema va ben oltre il solo aspetto tecnologico perché la fiducia è la base che permette alla società di funzionare pacificamente: attraverso la fiducia nella gestione delle risorse pubbliche, la democrazia ha le sue basi nell’esistenza di una realtà condivisa e se i cittadini non riescono più a concordare sui fatti basilari perché letteralmente non possono più credere ai loro occhi, l’intero sistema inizia a scricchiolare.

I mercati finanziari vivono di fiducia nelle informazioni, i sistemi legali si basano sulle prove, il progresso scientifico richiede risultati riproducibili e tutte queste fondamenta della nostra civiltà si stanno erodendo non per un complotto orchestrato, ma per la conseguenza (credo non prevista) di una tecnologia che ha reso la falsificazione più economica della verità. Pensiamoci un attimo: divulgare una fake news, su un post di un blog, attraverso un podcast o un video di un canale YouTube con qualche migliaio di follower non costa quasi nulla. Ma verificarlo (o, nel nostro caso, smentirlo) ufficialmente significa pagare, ad esempio, un giornalista che faccia un’inchiesta, verifichi le fonti, intervisti i protagonisti della vicenda, etc. etc. E tutto questo ha un costo.

Chi riuscirà a garantire la veridicità dei propri contenuti, delle proprie comunicazioni, dei propri prodotti? Chi sarà disposto a pagare semplicemente per “certificare” una verità fattuale che pochi anni fa nessuno si sarebbe mai nemmeno sognato di mettere in dubbio? E, soprattutto, come faranno i nostri figli, i giovani di oggi e gli adulti di domani, a sviluppare una seria capacità critica nei confronti di ciò che vedono e leggono, se non avranno mai vissuto l’esperienza di un mondo in cui vedere significava davvero credere?

Eppure, proprio mentre scriviamo di questa crisi della verità, stiamo assistendo alla nascita di un nuovo mercato: quello dell’autenticità verificabile. Aziende innovative stanno già sviluppando sistemi di certificazione digitale, blockchain per la tracciabilità dei contenuti e strumenti di controllo sempre più sofisticati. Chi saprà posizionarsi come garante dell’autenticità – dal piccolo artigiano che documenta ogni fase della produzione al consulente che certifica le proprie analisi – non starà semplicemente sopravvivendo alla rivoluzione dell’AI, ma avrà un vantaggio competitivo duraturo.

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