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Il futuro della medicina: quando l’AI supera il medico

Qualche mese fa mi sono trovato, per la prima volta dopo anni, a dover navigare il labirinto della sanità italiana per un piccolo problema di salute: niente di preoccupante, fortunatamente, ma abbastanza per farmi riscoprire quel mondo di attese, visite specialistiche e pareri medici che avevo quasi dimenticato esistesse. Quel mondo mi è tornato in mente questa mattina leggendo che GPT-5, l’ultima evoluzione dell’intelligenza artificiale di OpenAI, ha raggiunto il 95,84% di accuratezza negli esami medici specialistici, superando del 24% le performance dei medici appena laureati. Non è un  futuro remoto, è realtà documentata da uno studio pubblicato su arXiv  – e mi sono chiesto: ma i miei figli, quando avranno la mia età, da chi (o da cosa) verranno curati?

La prospettiva da un lato mi affascina, dall’altro mi destabilizza. Immaginate di entrare in un ambulatorio del futuro dove una macchina analizza istantaneamente la vostra storia clinica, i vostri sintomi, i vostri esami del sangue e in pochi secondi fornisce una diagnosi più accurata di quella che il miglior specialista potrebbe elaborare dopo ore di valutazione. La domanda che sorge spontanea è: sarà meglio o peggio? Certamente, almeno nei primi anni, avremo ancora medici umani che valideranno e verificheranno ogni diagnosi generata dall’intelligenza artificiale. Ma gradualmente, man mano che la precisione delle macchine supererà sistematicamente quella umana, quanto tempo passerà prima che ci affidiamo completamente alle loro valutazioni? Dopotutto, quando la calcolatrice ci dice che la radice quadrata di 12.068.676 è 3.474, quanti di noi si prendono la briga di verificare il calcolo a mano? Sapete che, pensandoci bene, non mi ricordo più nemmeno come si fa ad estrarre una radice quadrata… 🙁

Questa evoluzione genera interrogativi profondi (almeno in me) che vanno ben oltre la pura questione tecnologica: i dati ci dicono che la formazione di un medico in Italia richiede almeno undici anni tra laurea, specializzazione e praticantato, con un investimento economico che si aggira intorno ai 200.000 euro per lo Stato, senza contare i costi opportunità del professionista. Moltiplicato per i circa 9.000 medici che si laureano ogni anno nel nostro Paese, parliamo di un investimento annuale di quasi due miliardi di euro solo per la formazione di base.
E se l’intelligenza artificiale potesse ridurre drasticamente questo fabbisogno? Se bastassero pochi specialisti altamente qualificati per supervisionare sistemi diagnostici automatizzati che servono migliaia di pazienti? L’impatto economico sarebbe rivoluzionario, soprattutto per un sistema sanitario pubblico che rappresenta la seconda voce di spesa dello Stato italiano, con oltre 120 miliardi di euro annui.

Attenzione, però: non sto assolutamente suggerendo che dovremmo sostituire i medici con le macchine dall’oggi al domani, perché la medicina non è solo diagnosi: è empatia, comprensione umana, capacità di rassicurare e guidare i pazienti attraverso momenti di vulnerabilità. Però non possiamo ignorare che una parte significativa del lavoro medico – quella diagnostica e prescrittiva – potrebbe essere svolta con maggiore precisione e velocità dall’intelligenza artificiale.

Ma c’è un aspetto ancora più interessante da considerare. Se l’AI dovesse davvero democratizzare l’accesso a diagnosi mediche accurate, potremmo assistere a una ridistribuzione geografica dell’assistenza sanitaria. Piccoli centri che oggi soffrono per la carenza di specialisti potrebbero offrire servizi di altissimo livello, riducendo le migrazioni sanitarie e riequilibrando il territorio. E soprattutto si alzerebbe qualitativamente di molto il livello medio della prestazione medica “di base” anche nell’ambulatorio più piccolo e più remoto d’Italia.

Alla fine, quando si tratta della nostra salute e di quella dei nostri figli, la tecnologia più avanzata del mondo non potrà mai sostituire completamente quello sguardo rassicurante e quella mano sulla spalla che solo un essere umano sa offrire. O forse sì? Questa è la domanda che dovremmo iniziare a farci, seduti al sole di questo agosto 2025, mentre il futuro della medicina bussa già alle porte dei nostri ospedali.

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