Ai primi World Humanoid Robot Games di Beijing (le olimpiadi per robot umanoidi), ad agosto, è successo qualcosa che mi ha fatto riflettere profondamente sulla natura umana: durante una gara di atletica, credo i 400 metri, un robot è caduto e si è staccato un braccio. Prontamente, si è rialzato e ha continuato a correre, ciondolando goffamente verso il traguardo con tutti i cavi che penzolavano in perfetto stile “finale di Terminator“. E qui è accaduto (per me) l’impensabile: la folla si è alzata in piedi e ha iniziato ad applaudire, sostenendo quel robot zoppicante con un urla di incoraggiamento.
La scena mi ha ricordato quella delle Olimpiadi di Parigi 2024: Kinzang Lhamo, atleta del Bhutan, arriva al traguardo della maratona femminile con più di un’ora e mezza di ritardo rispetto alla vincitrice – come una moderna Dorando Pietri, aveva camminato gran parte dell’ultimo tratto per esaurimento, ma migliaia di spettatori erano rimasti in piedi ad applaudirla, correndo accanto a lei negli ultimi metri. Due scene diverse, un’emozione identica: quell’attrazione magnetica che proviamo verso chi non si arrende, verso chi porta a termine una sfida contro ogni aspettativa.
Ma c’è una differenza sostanziale tra questi due episodi. Nel caso della maratoneta asiatica, stavamo celebrando il trionfo dello spirito umano sulla fatica fisica. Nel caso del robot, invece, abbiamo scoperto qualcosa di più profondo, ovvero la nostra capacità di provare empatia verso una macchina – sottolineo, una macchina, che dimostra determinazione. Non era nemmeno questione di intelligenza artificiale avanzata, era semplicemente un robot programmato per completare un compito, eppure migliaia di persone hanno sentito il bisogno di sostenerlo emotivamente.
Questo fenomeno rivela una verità sorprendente sulla psicologia umana. Le ricerche dimostrano che tendiamo ad antropomorfizzare automaticamente animali e oggetti che mostrano comportamenti simili ai nostri, specialmente quando manifestano quella che percepiamo come perseveranza o vulnerabilità. È un meccanismo evolutivo che ci ha aiutato a sviluppare cooperazione e empatia nella nostra specie, ma che oggi si estende spontaneamente alle macchine che condividono con noi spazi e attività.
Ma la domanda che mi affascina di più è un’altra: se noi esseri umani proviamo spontaneamente empatia per i robot, significa che presto saranno anche loro in grado di riconoscere la nostra fatica, i nostri momenti di debolezza e offrirci il loro sostegno morale? Forse quel robot che ha continuato a correre con un braccio in meno non era solo il protagonista di un aneddoto curioso, ma l’anticipazione di un futuro empatico tra umani e macchine… Chissà se un giorno saremo noi quelli che cadranno e avranno bisogno dell’incoraggiamento di un robot per rialzarsi e tagliare il traguardo. 😉