C’è una ricercatrice americana, Gloria Mark, professoressa all’Università della California a Irvine, che da vent’anni studia un fenomeno preciso: come le interruzioni digitali ci tolgono la concentrazione sul lavoro, soprattutto tra i cosiddetti lavoratori della conoscenza — ovvero chi lavora principalmente manipolando informazioni, idee e dati (professionisti, consulenti, avvocati, medici, manager — e i consulenti finanziari).
Nel suo libro “Attention Span” riassume un dato degno di riflessione: dopo un’interruzione digitale — una notifica, una mail, un messaggio — ci servono in media 23 minuti e 15 secondi per recuperare la concentrazione che avevamo prima. Nel frattempo, sempre in media, controlliamo il telefono più di 100 volte al giorno e l’80% di noi lo guarda nei primi dieci minuti dopo essersi svegliato.
Sembra il solito sermone contro lo smartphone, ma non è così: innanzitutto c’è un altro studio che ha fatto chiarezza su un mito che si sente da anni, quello secondo cui l’essere umano avrebbe ormai un’attenzione di otto secondi. Falso. Quella ricerca non è mai esistita — era un sondaggio di marketing del 2015 attribuito poi a Microsoft, e nessuno scienziato l’ha mai validato. Inoltre la nostra capacità di concentrarci a lungo, quando qualcosa ci interessa davvero, non si è ridotta: riusciamo ancora a guardare senza problemi tre ore di calcio o nove ore di Netflix, tutte d’un fiato.
Quello che è cambiato non è la durata, è la soglia. Siamo diventati più esigenti su cosa merita la nostra attenzione, non meno capaci di concentrarci, e in mezzo a questa cernita più selettiva, ci sono delle cose che semplicemente fanno fatica ad entrare. Tutto ciò che richiede attenzione lenta, non visiva, non gratificante nell’immediato non ci attira più come prima ed in qualche modo ci porta a de-classificare l’evento.
E qui devo ammettere una cosa, perché mi tocca da vicino nel mestiere che faccio. Per anni ho pensato che il problema, quando si tratta di stare fermi su una scelta che dà frutti solo dopo molto tempo, fosse di carattere: chi reggeva la pazienza era forte, chi cedeva alla fretta era debole. Recentemente ho un po’ cambiato idea perché forse il punto non è solo il carattere. Il punto è che chiediamo alle persone di tenere lo sguardo fermo su qualcosa di “lento” ma viviamo in un mondo che, ogni nove minuti, ci invita a guardare altro. Non è solo il telefono — sono le notifiche delle app, i titoli che lampeggiano, i feed che si aggiornano da soli, gli pseudo-consulenti online, i guru dei social… Tutto sembra dire la stessa cosa: muoviti, controlla, reagisci.
In un contesto così, restare fermi su una scelta diventa quasi un atto di disobbedienza. Vale per chi vuole dormire meglio e non riesce a staccarsi dallo schermo o per chi vorrebbe leggere un libro intero e si trova a guardare il telefono ogni tre pagine. Ma l’attenzione, dicono i neuro-scienziati, non è una sola. Ce n’è una che si concentra, una che si distrae, una che resiste. E forse la differenza, oggi, non la fa più chi sa concentrarsi di più — ma chi sa scegliere meglio dove non guardare.