L’ultima copertina del New Yorker del 12 gennaio 2026 mi ha fatto riflettere su un fenomeno sociale che sta ridefinendo le priorità economiche delle nuove generazioni. L’immagine del gattino al caldo e della gente fuori sotto la neve al freddo è una metafora di un fenomeno sociale importante: in un momento di crescente incertezza economica, l’attenzione e sopratutto la spesa per gli animali domestici sta raggiungendo massimi storici, soprattutto tra i più giovani.
Negli Stati Uniti, secondo i dati dell’American Pet Products Association, la Generazione Z spende in media oltre 6.100 dollari all’anno per i propri animali, quasi il triplo rispetto ai Baby Boomer che si fermano a 2.450 dollari. Non si tratta solo di cifre: il 70% dei giovani proprietari under 28 possiede due o più animali, e l’82% li considera letteralmente “come figli“. Ora, anche io e la mia famiglia abbiamo un cane, che adoriamo e per cui spendiamo un tot al mese per cibo, accessori e cure veterinarie. Ma per le nuove generazioni queste spese sono molto più radicali e finiscono per tradursi in scelte economiche importanti: il 60% dei giovani americani dichiara di dare priorità alla spesa per i propri animali rispetto a quella per sé stessi e circa un terzo ammette di essersi indebitato per coprire spese veterinarie impreviste.
Il fenomeno diventa ancora più significativo se lo osserviamo nel contesto della crisi del risparmio giovanile: il 55% della Generazione Z non dispone di risparmi sufficienti a coprire tre mesi di spese ordinarie e in Italia, dove il tasso di risparmio delle famiglie si attesta al 9,5% nel secondo trimestre 2025, assistiamo a una dinamica parallela ancora più drammatica sul fronte demografico: le nuove famiglie sono per la maggior parte composte solo di una o due persone (+animali) e la fecondità ha raggiunto il minimo storico di 1,18 figli per donna nel 2024 e di 1,13 per il 2025. Per inciso, questo problema ce l’hanno anche in Cina ed è per loro molto più grave perché stanno pagando gli effetti della “One-Child Policy” (1979-2015).
Cosa vogliono dire in pratica questi numeri? Che le nuove generazioni stanno posticipando o rinunciando ad avere figli ed a fare investimenti tradizionalmente considerati fondamentali come la prima casa. In Italia, nonostante le agevolazioni statali sui mutui per gli under 36, l’età media al primo figlio è salita a 31,9 anni, tre anni in più rispetto al 1995 e le coppie con figli rappresentano ormai solo il 29,2% delle famiglie italiane, mentre le famiglie unipersonali sono cresciute dal 25,5% al 36,2% in vent’anni.
Certamente non vorrei essere frainteso e non sto suggerendo che amare gli animali sia sbagliato, tanto meno che rappresenti la causa della denatalità o delle difficoltà di accesso all’acquisto della casa: l’instabilità lavorativa, i salari compressi e l’evoluzione delle dinamiche sociali della nostra società sono cause più profonde e più importanti di questi fenomeni. Tuttavia, mi sembra che gli animali domestici offrano qualcosa che molti giovani percepiscono come più accessibile e immediato rispetto alla genitorialità: un legame affettivo significativo senza la complessità economica e organizzativa che comporta crescere un figlio in un contesto di incertezza strutturale.
Forse la vera domanda non è perché i giovani spendano così tanto per i loro animali, ma cosa ci dice questo cambiamento sulle condizioni in cui vivono. Una generazione che sceglie un animale rispetto a un figlio e che porta il cane a fare acquagym e il gatto dallo psicologo non sta necessariamente facendo una scelta emotiva o irrazionale: sta adattandosi a un contesto economico che ha reso la pianificazione tradizionale molto difficile se non quasi impossibile. Stanno semplicemente cercando di costruire una vita che abbia senso, nei margini che gli sono stati lasciati.