Written by 8:34 Riflessioni

Casa e lavoro: i due gradini che si sono fatti più alti

Quando ero ragazzo io, nemmeno troppi anni fa (magari!), diventare grandi voleva dire due cose molto concrete: trovarsi un lavoro e andare a vivere per conto proprio. Erano i due gradini con cui si entrava nell’età adulta, quella scala virtuale su cui salire per segnare concretamente il passaggio in una nuova fase della propria vita, e che generalmente accadeva tra i 20 e i 30 anni. Oggi guardo i ragazzi di questa età e mi accorgo che quei due gradini, tutti e due insieme, sono diventati molto più alti, forse per alcuni proprio inarrivabili.

Partiamo dalla casa. Secondo i dati OCSE di questi mesi, in Italia il 79% dei giovani tra i 20 e i 29 anni vive ancora con i genitori: uno dei valori più alti al mondo, ci batte solo la Corea del Sud. Spesso li abbiamo chiamati “bamboccioni”, come se fosse una scelta fatta più per comodità e pigrizia che per effettiva necessità — e forse, in alcuni casi, lo è. Ma quando un affitto si mangia metà di uno stipendio basso e il mutuo (senza un lavoro a tempo indeterminato) è un miraggio, restare a casa può diventare l’unica scelta possibile.

Poi c’è il lavoro, e recentemente è stato pubblicato un dato che fa pensare: l’occupazione dei ragazzi tra i 22 e i 25 anni nei mestieri più esposti all’intelligenza artificiale è calata di circa il 13% da quando l’AI generativa si è diffusa. L’AI, in questa prima fase, non sta sostituendo i professionisti navigati, ma sta automatizzando i compiti semplici e ripetitivi, quelli con cui — da sempre — un giovane metteva il primo piede nella professione e imparava il mestiere.

Mettiamo insieme le due cose: niente primo lavoro stabile vuol dire niente reddito per affittare casa, e niente casa vuol dire niente autonomia. In pratica, dalla famosa scala per diventare adulti di cui parlavamo, hanno tolto i due gradini più in basso, quelli da cui si parte. Quindi non è solo (o principalmente) una questione di carattere: è che la linea di partenza si è spostata e lo sforzo iniziale da fare è molto più grande.

Cosa significa, tutto questo, per noi genitori — giustamente preoccupati per figli che non riescono a “partire” e che ci tocca sostenere ben oltre i trent’anni? Significa, prima di tutto, riconoscere che la loro partita è più difficile della nostra, con le regole cambiate a metà. Questo non vuol dire che siano senza colpe o senza margini: qualche scelta più accorta, ogni tanto, aiuta. Ma sarebbe disonesto far finta che il problema siano le sneakers nuove o l’abbonamento a Netflix, quando il muro vero è un altro e molto più alto. La nostra generazione è stata avvantaggiata da condizioni economiche più favorevoli; quella dei nostri genitori, prima ancora, qualche sacrificio in più l’aveva messo in conto. Ogni epoca ha avuto la sua partenza, più o meno in salita: a questi ragazzi è toccata una delle più ripide.

A noi oggi tocca un ruolo nuovo: non quello di giudicare, ma di fare da ponte — essere la stabilità che permette ai giovani di rischiare, di imparare gli strumenti nuovi, di cercarsi gli appigli che la vecchia scala non ha più. Pianificare anche per loro, per “restituire” un vantaggio che a noi è stato in buona parte regalato dall’economia frizzante degli anni precedenti e che oggi, almeno per ora, non c’è più.

Visited 13 times, 1 visit(s) today
Close