Written by 12:00 Riflessioni

Il ban ai minori sui social? Una soluzione pigra.

Negli ultimi mesi pare che quasi ogni governo occidentale abbia scoperto che i social media fanno male ai ragazzi: in America alcuni social hanno perso cause in tribunale per non aver gestito la inevitabile dipendenza che generano soprattutto verso i teenagers; in Australia ne hanno già vietato l’accesso ai minori di sedici anni; in Francia, Spagna e Regno Unito si stanno preparando al divieto e qui da noi in Italia se ne sta parlando. Instagram, TikTok, YouTube (in particolare YouTube Kids) hanno algoritmi progettati per portare i più giovani, e quindi anche i più indifesi, verso l’interminabile doomscrolling, lo scorrimento del contenuto senza fine, ovvero una vera e propria dipendenza paragonabile a quella del fumo.

Parte adesso quindi la corsa al divieto che, sebbene ormai inevitabile in alcuni contesti — mi riferisco ad esempio all’uso dei cellulari nelle scuole — giunge a noi oggi un po’ come una soluzione “pigra“. Pigra perché dopo anni passati a non regolamentare le piattaforme, a lasciare che raccogliessero dati, che progettassero algoritmi additivi, che ignorassero le leggi già esistenti… adesso la risposta è un divieto, per gli utenti. Non un cambio di regole per chi ha fatto i danni, non una sana regolamentazione per chiarire cosa possono e cosa non possono fare, ma un semplice divieto per chi, tra l’altro, i danni li ha subiti.

Come genitore, questa cosa mi tocca direttamente: non credo di dover aspettare che arrivi una legge per decidere come i miei figli debbano o possano usare smartphone, social e AI. Non perché sia contrario alle regole, ma perché so che quelle regole arriveranno quando la discussione sarà già vecchia e il danno sarà già fatto. E come professionista so che aspettare che qualcun altro definisca le regole — uno Stato, una piattaforma, il mercato — è quasi sempre la strada più lunga.

Ma in questo territorio ancora inesplorato le domande giuste non le fanno le leggi: le fanno i genitori, soprattutto noi che non abbiamo le competenze tecniche per comprendere rischi e pericoli e che dobbiamo fare di tutto per preservare la salute mentale e la serenità dei nostri figli.

 

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