Written by 9:51 Riflessioni, Risparmio personale

La Gen Z risparmia più dei Boomer

C’è uno stereotipo che circola da anni sui giovani della Generazione Z — quelli nati tra il 1997 e il 2010: secondo la visione popolare, i Gen Z spendono tutto, vivono di esperienze (l’avocado toast, i concerti, i viaggi last minute…) e non pensano al futuro. In effetti devo ammettere che anche io avevo un po’ questo pregiudizio, eppure i numeri raccontano una storia diversa. Secondo una ricerca HSBC, il 72% dei giovani tra i 18 e i 24 anni, ricevuti 1.000 euro in contanti, li trasferirebbe in un conto di risparmio. Tra i Millennial la percentuale scende al 55% e uno studio di Idealo condotto con l’istituto Kantar su un campione italiano rivela che il 92% della Gen Z dichiara di mettere da parte denaro regolarmente, contro il 68% dei Baby Boomer.

Non è quello che ci si aspetterebbe da una generazione cresciuta sui social media e accusata di non saper aspettare. Non voglio né giustificare né compatire ma la Gen Z ha aperto gli occhi sul mondo durante la crisi finanziaria del 2008, ha attraversato l’adolescenza con la pandemia e si è affacciata al mercato del lavoro in piena fase inflattiva — e penso che peggio non avrebbe potuto essere. Non ha mai conosciuto un boom economico, anzi non ha nemmeno mai visto un periodo economicamente e socialmente davvero tranquillo. E questo, evidentemente, ha lasciato un segno profondo nel loro rapporto con il denaro — non per cultura finanziaria acquisita sui libri, ma per esperienza diretta.

C’è una cosa che trovo interessante in questi dati, al di là della sorpresa. Ogni generazione sviluppa il proprio rapporto con il denaro a partire dal momento storico che ha vissuto — non da quello che le è stato insegnato. I Boomer hanno costruito ricchezza in un’epoca di crescita quasi lineare: case a prezzi accessibili, mercati in salita, pensioni garantite. E a pensarci bene, non avevano ragioni strutturali per avere paura. I giovani di oggi le ragioni le hanno, eccome. E si comportano di conseguenza.

La domanda che vale la pena farsi — per chi oggi ha figli o nipoti di quella generazione — è se questa propensione al risparmio stia trovando una direzione intelligente o se stia semplicemente dormendo su un conto corrente nell’attesa che le acque si calmino.

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