La politica alcune volte ci sorprende con le sue scelte bizzarre e difficili da capire, ma ormai dal 2018 il governo britannico ha nominato un Ministro per la Solitudine. Non per la sanità, non per l’economia — per la solitudine. L’idea a prima vista mi è sembrata una trovata buonista — il tipo di iniziativa che finisce sulle pagine satiriche dei giornali e che serve per fare “rumore” e avere qualche minuto di visibilità mediatica gratuita. Invece Germania, Paesi Bassi e diverse città europee hanno iniziato a fare lo stesso e Barcellona ha addirittura varato un piano decennale dedicato.
A ben pensare, i numeri che si leggono nelle statistiche in merito fanno riflettere: la metà dei cittadini europei dichiara di sentirsi regolarmente sola. Certo, con la popolazione che inizia drammaticamente ad invecchiare sembra evidente: i giovani vanno per la loro strada e i vecchi rimangono abbandonati a loro stessi, in casa. Invece non è assolutamente così, perché la solitudine oggi colpisce soprattutto i giovani tra i sedici e i trent’anni — non gli anziani, come si pensa di solito. Il Joint Research Centre della Commissione europea ha definito questa situazione una vera epidemia, con effetti sulla salute fisica paragonabili a quelli del fumo e un costo sanitario, sociale ed economico misurabile.
Quello che trovo interessante, al di là dei numeri, è il ragionamento che c’è sotto. I governi hanno capito che esistono cose che non appaiono in nessun bilancio, ma che pesano enormemente sulla qualità della vita delle persone — e alla lunga anche sulla loro capacità di prendere buone decisioni, di progettare il futuro e di avere fiducia.
La solitudine, del resto, non è solo un problema emotivo. È anche un problema di resilienza perché il benessere di una persona non si riduce a quello che possiede o guadagna. Dipende anche — forse soprattutto — dalla qualità delle relazioni che riesce a costruire e mantenere nel tempo.