Written by 8:22 Riflessioni

Dobbiamo fare un passo indietro?

Recentemente, l’Australia ha introdotto una legge che vieta i profili social ai minori di 16 anni — e adesso se ne sta parlando anche in Europa, ma la Svezia ha fatto una cosa che in pochi si sarebbero aspettati da uno dei Paesi più tecnologicamente avanzati al mondo: ha deciso di rimettere i libri di carta nelle scuole. Dopo anni di iPad, lavagne digitali e classi senza un foglio, i risultati scolastici erano in calo, i bambini erano più distratti, leggevano peggio e capivano meno. Con un esempio incredibile di umiltà istituzionale, il governo svedese ha ammesso di aver esagerato e ha fatto marcia indietro. Chapeau!

La notizia mi ha colpito, perché non capita spesso di vedere qualcuno — tantomeno uno Stato, per non parlare dei politici — che ammette pubblicamente di aver sbagliato direzione e torna sui propri passi. Di solito si va avanti a testa bassa, si giustifica la scelta precedente, si aspetta che qualcun altro cambi prima e si insegue all’infinito la scelta meno impopolare con ostinazione al limite (e oltre) dell’ottusità. La Svezia invece ha guardato i dati, ha ascoltato gli insegnanti e ha fatto la cosa più difficile, ma più giusta: ha corretto l’errore.

Quante volte capita di restare agganciati a un prodotto, o  a un’abitudine, non perché funzioni davvero, ma perché ammetterlo significherebbe fare i conti con un errore? Il nostro cervello è fatto così: odia perdere molto più di quanto ami vincere e questo ci porta spesso a resistere al cambiamento anche quando i segnali sono chiari. Ma quando parliamo di tecnologia oggi bisogna mantenere la capacità di distinguere l’innovazione utile dal cambiamento per il gusto del cambiamento e anche avere il coraggio di fare un passo indietro quando i dati sono chiari — non come sconfitta, ma come parte di un percorso intelligente verso dove si vuole davvero arrivare.

La Svezia non ha abbandonato la tecnologia — ha smesso di usarla senza criterio. È una distinzione importante, che vale anche fuori dalle aule scolastiche perché lo strumento non è mai il problema. Il problema è quando lo strumento diventa il fine e perdiamo di vista cosa volevamo costruire davvero.

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