Non ci sono dubbi: la pandemia ha riconfigurato tutta una serie di professioni e professionalità e ha sdoganato in maniera definitiva lavoro remoto e food delivery. Ma c’è un’intera (nuova) economia che lavora mentre noi dormiamo, che non fa rumore, non ha uffici con targhe all’ingresso né brochure istituzionali, eppure coinvolge in Italia oltre seicentomila persone: sono i lavoratori invisibili del web, quelli che moderano le conversazioni nelle community online, che testano i siti prima che li usiamo noi, che verificano contenuti, che vendono adesivi digitali su Etsy o gestiscono account su Discord per i brand per i brand di cui poi compriamo i prodotti. Si tratta della cosiddetta “gig economy”, che non è solo il rider con lo zaino cubico che vediamo passare in bicicletta ma un fenomeno molto più ampio e complesso che sta ridisegnando silenziosamente il futuro del lavoro.
Sfatiamo subito un luogo comune: questi lavoratori non corrispondono affatto allo stereotipo del ragazzo universitario che guadagna due soldi per il weekend. I dati ci dicono che il 70% di loro ha tra i 30 e i 49 anni, molti sono padri e madri di famiglia, quasi la metà ha un diploma e il 16% una laurea. Non sono improvvisatori digitali, sono professionisti che hanno scelto, o più spesso si sono trovati a dover scegliere, una strada diversa da quella tradizionale — per amore o per forza.
Parallelamente a questa trasformazione del lavoro, sta succedendo qualcosa di altrettanto rivoluzionario nel modo in cui concepiamo la proprietà e il consumo. Riemerge l’economia dello scambio, tornata prepotente grazie a piattaforme come Vinted, Wallapop, Depop e tante altre. Non sono solo un modo per risparmiare qualche euro — anche se, ovviamente, risparmiare va sempre bene ed è importante. Quello che prima era un comportamento di nicchia, riservato a chi cercava vintage o era particolarmente attento al portafoglio, oggi è diventato mainstream e le nuove generazioni non vedono più il possesso come valore in sé, ma privilegiano l’accesso e l’utilizzo. Condividere, scambiare, dare nuova vita a ciò che non serve più diventa un atteggiamento normale, quasi scontato.
Ora questi due fenomeni – la gig economy e il baratto digitale – si intrecciano e ci disegnano un’economia che sta diventando sempre più liquida, meno ancorata a strutture tradizionali, più adattabile ma anche più fragile. Chi lavora nella gig economy digitale spesso usa le stesse piattaforme di seconda mano per gestire il proprio consumo, massimizzando ogni euro guadagnato con progetti temporanei. Ma la stessa persona che vende su Vinted, magari fa il beta-tester di app per qualche startup e risponde ai clienti di un brand di moda. Le professioni stanno diventando ibride, i confini tra lavoro e attività collaterale si sfumano, il rapporto con gli oggetti diventa sempre più funzionale.
Tutto questo però porta con sé anche questioni complesse: nessuna tredicesima, nessuna malattia pagata, nessun fondo pensione, nessuna stabilità. L’assenza di tutele trasforma quella che viene venduta come libertà in precarietà strutturale. E mentre le piattaforme che intermediano questi lavori e questi scambi accumulano valore e crescono rapidamente, chi effettivamente lavora o vende su di esse si trova in una posizione contrattuale debolissima, spesso “formalmente” autonomo ma nei fatti penalizzato.
Quello che vedo guardando avanti è un panorama che sta cambiando molto velocemente. Le professioni tradizionali non spariranno, ma accanto a esse cresceranno ruoli ibridi, specializzazioni di nicchia, micro-imprenditorialità digitali che oggi nemmeno immaginiamo. E dobbiamo comprenderli, accompagnarli, cercare di costruire tutele dove oggi non ce ne sono, educare le persone a muoversi in questi spazi con intelligenza e prudenza. Il lavoro invisibile del web e l’economia del baratto digitale ci raccontano che il futuro non sarà lineare, non sarà più fatto di percorsi professionali che durano trent’anni nella stessa azienda, con tanto di TFR, pensione, bonus, benefit e quant’altro. Sarà più fluido, più discontinuo, probabilmente più incerto, ma anche potenzialmente più libero, più creativo, più sostenibile. A patto di saperlo navigare con gli strumenti giusti e le informazioni necessarie.