Torino ospita le ATP Finals, e come ogni anno la mia passione per il tennis si riaccende con particolare intensità: è una fortuna ed un privilegio poter vedere i migliori giocatori del mondo sfidarsi per il titolo di migliore al mondo — ma quest’anno un’altra notizia ha catturato la mia attenzione, facendomi sorridere e riflettere allo stesso tempo: Aryna Sabalenka, numero 1 del ranking mondiale, insieme a un gruppo di stelle del tennis come Sinner, Djokovic e Coco Gauff, hanno chiesto maggiori quote dei ricavi miliardari generati dai tornei, ma soprattutto fondi per il welfare, le loro pensioni di vecchiaia e l’assistenza sanitaria. Ebbene, sì: anche i tennisti che guadagnano milioni si preoccupano della pensione.
La mia prima reazione è stata, inevitabilmente, un sorriso ironico. Mi è difficile immaginare che Djokovic o Sinner possano avere problemi economici nella loro vecchiaia e non me li vedo in difficoltà a pagare il ticket per una visita medica specialistica… Eppure, dietro questa richiesta apparentemente paradossale, si nasconde una riflessione economica e sociale di portata molto più ampia: anche chi guadagna cifre stratosferiche in pochi anni di carriera comprende che la vera ricchezza non sta solo nell’accumulo, ma nella capacità di garantire stabilità nel lungo periodo.
È il riconoscimento che la previdenza non è un problema solo di chi ha redditi modesti, ma una necessità universale che attraversa tutte le categorie professionali.
in effetti, se ci pensiamo, è un fenomeno conosciuto: quanti di noi, concentrati sulla gestione quotidiana delle nostre attività, rimandano sistematicamente la pianificazione previdenziale? Quanti considerano gli investimenti per il futuro come una voce da affrontare solo dopo aver risolto tutte le altre priorità? Perché in fondo, che si tratti di un campo da tennis o di un’azienda, la vera sfida è sempre la stessa: costruire oggi le condizioni per un domani più sicuro e prospero per tutti.