Il sistema pensionistico italiano si trova davanti a una trasformazione epocale che ridefinirà il contratto sociale tra generazioni e credo sia evidente per tutti che non si tratta di un aggiustamento marginale: stiamo assistendo al lento ma inarrestabile sgretolamento del meccanismo distributivo che per decenni ha garantito stabilità sociale ed economica nel nostro paese e che ormai non funziona più.
La matematica è semplice: l’Italia ad oggi destina già il 15% del PIL alle pensioni, superando la spesa combinata per istruzione, infrastrutture e ricerca – e non sono numeri che riflettono sprechi o inefficienze, come spesso si pensa, ma semplicemente il frutto della realtà demografica che negli ultimi anni ha scardinato il sistema previdenziale. Il principio della solidarietà intergenerazionale, dove i lavoratori attivi (i giovani) sostengono i pensionati (i vecchi) si basa su equilibri numerici che ormai non esistono più da decenni: con un tasso di fertilità fermo a 1,2 figli per donna, ogni generazione è numericamente inferiore alla precedente – c’è poco da pensare, è la matematica. Le politiche incentivanti, dai bonus demografici agli sgravi fiscali per le famiglie, hanno prodotto oscillazioni temporanee senza invertire la tendenza strutturale e l’immigrazione, a breve termine, non compensa il deficit demografico attuale.
L’intelligenza artificiale però, sta emergendo come una potenziale variabile strategica in questo scenario complesso. Certamente, l’AI non rappresenta una soluzione immediata al problema, almeno non per noi e per le prossime generazioni che si affacciano alla pensione, ma offre una prospettiva di lungo periodo per ricalibrare l’equilibrio tra capacità produttiva e oneri previdenziali. In teoria infatti l’automazione intelligente potrebbe generare incrementi di produttività tali da sostenere una popolazione pensionistica crescente (cosa che sicuramente accadrà) attraverso una forza lavoro numericamente ridotta (cosa che è altrettanto estremamente probabile che accada).
La questione si basa sulla modalità di distribuzione dei guadagni in efficienza che l’AI può generare: in pratica, parte dei benefici dell’innovazione tecnologica dovranno essere destinati in risorse collettive, quindi, in tasse sui processi automatizzati, dividendi universali derivanti dall’AI, clausole di condivisione dei profitti straordinari, etc. in modo da colmare le perdite generative frutto della crisi demografica di cui parlavamo prima.
Tuttavia, come dicevamo, le generazioni prossime alla pensione nei prossimi dieci-quindici anni non potranno beneficiare di questi sviluppi sistemici perché questo processo di integrazione dell’intelligenza artificiale nell’economia richiede decenni per essere messa in pratica. Ma possiamo iniziare già ora a immaginare un nuovo sistema pensionistico, dove i guadagni dell’intelligenza artificiale aiutino a garantire le pensioni del domani.