Written by 11:00 Riflessioni

L’arte (quasi dimenticata) di ascoltare davvero

Dico spesso ai miei collaboratori che la conoscenza tecnica e la professionalità nel nostro lavoro sono indispensabili e imprescindibili, ma il vero valore aggiunto di un buon consulente è (e resterà sempre) la capacità di ascoltare le esigenze del proprio Cliente. Ma nel lavoro, come nella vita, questa capacità di ascoltare si sta lentamente perdendo ed oggi fa notizia che il classico divano dello psicologo sta per essere sostituito da un algoritmo AI: dai bot Woebot e Wysa – entrambi basati sulla terapia cognitivo-comportamentale, a Therabot, all’italiano psAico, sviluppato da un’équipe di psicologi e psicoterapeuti, fino a “ChatGPT, il tuo migliore psicologo“, un chatbot personalizzato che ha già assistito circa 10.000 persone in Italia, solo per citare alcuni esempi.

Gli esperti concordano sul fatto che queste tecnologie non possono ancora sostituire la terapia tradizionale, almeno non nel breve termine, ma il dato resta: quasi la metà dei ragazzi italiani tra i 15 e i 19 anni preferisce confidarsi con un algoritmo piuttosto che con una persona in carne e ossa. E uno studio recente pubblicato su State of Mind documenta come questi programmi siano diventati sempre più diffusi come strumenti di primo supporto psicologico, sia perché disponibili 24 ore su 24 ed accessibili ovunque, sia soprattutto perché sono percepiti come privi di giudizio.

La ragione più citata negli studi e nelle statistiche è sempre la stessa: l’intelligenza artificiale non ti giudica. Ti ascolta senza stancarsi, senza interrompere, senza spostare il discorso su di sé. Ma questa preferenza per un interlocutore artificiale dovrebbe farci riflettere profondamente, perché racconta qualcosa di noi, non della tecnologia: racconta che abbiamo smesso di ascoltarci davvero, che siamo diventati bravissimi a parlare e pessimi ad ascoltare, che mentre qualcuno chiede la nostra attenzione noi siamo immersi nei pensieri di lavoro, nei messaggi, nelle notifiche che lampeggiano.

Forse è questo che cercano i ragazzi nell’intelligenza artificiale: non un terapeuta, ma semplicemente qualcuno (o qualcosa) che li ascolti senza distrarsi. In un mondo che ci invita sempre a rispondere veloce, forse la vera rivoluzione è imparare ad ascoltare, con pazienza. Perché se gli adolescenti hanno smesso di cercare l’ascolto in noi adulti per trovarlo in un chatbot, è il momento di chiederci non cosa ci offre la nuova tecnologia, ma cosa ci siamo dimenticati di offrire noi.

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