Per quasi tutto il dopoguerra, e in fondo per buona parte della storia italiana, il movimento delle persone è andato in una sola direzione, ovvero verso l’estero. Prima verso le Americhe, poi verso la Germania, il Belgio, la Svizzera, poi verso Londra, Berlino, Bruxelles, Madrid. Quando i nostri emigrati rientravano, in genere a fine carriera, erano anziani e con una pensione modesta da spendere nel paese d’origine.
Negli ultimi anni qualcosa è cambiato. I dati ISTAT e AIRE raccontano un numero di rientri ancora inferiore agli espatri — che restano la maggioranza — ma in crescita costante. Per la prima volta da generazioni, una quota significativa di Italiani che erano partiti relativamente giovani sta tornando indietro, e sta tornando a metà del cammino — non in età pensionabile. Sono trenta-quarantenni, in molti casi quaranta-cinquantenni, che dopo dieci, quindici, vent’anni in un altro paese fanno marcia indietro e tornano a casa.
Le ragioni si sommano: la Brexit che ha reso ostile il Regno Unito a chi pensava di costruirci una vita, il costo della vita esploso a Berlino, ad Amsterdam, a Dublino, a Lisbona, le tasse americane sempre più aggressive verso i residenti stranieri, le città del Golfo dove dopo i cinquant’anni i contratti non si rinnovano più. E poi il bisogno di stare vicini ai genitori che invecchiano vince sulle ambizioni di carriere internazionali, o anche solo sui sogni di una vita diversa lontana dalla madre patria.
Chi torna porta con sé pezzi di patrimonio in valute estere diverse, porta contributi previdenziali versati in sistemi stranieri che vanno coordinati con quello italiano, con regole di totalizzazione differenti a seconda del paese e accordi bilaterali da decifrare. Porta società o partite IVA estere da chiudere, trasferire o mantenere in modo conforme. Porta a volte un coniuge straniero con regimi successori che non coincidono con quelli italiani, figli con doppia cittadinanza, immobili oltre confine da valutare nel calcolo complessivo. E spesso porta anche, in modo meno tecnico ma altrettanto rilevante, abitudini di consumo e di investimento maturate altrove.
La biografia italiana sta cambiando: smette di essere lineare, smette di svolgersi tutta dentro un solo paese, e diventa una traiettoria a curve, fatta di partenze e ritorni che si possono ripetere più di una volta nella stessa vita. È una traiettoria con cui noi come genitori dovremo fare i conti — e nemmeno in un futuro troppo lontano, perché probabilmente apparterrà anche ai nostri figli che iniziano a contemplare non solo un percorso di studio all’estero, ma anche un lavoro fuori dai confini italiani.
Ed è un cambiamento che vale la pena registrare anche fuori dal piano patrimoniale, perché tocca prima di tutto la nostra idea di radicamento. Chi torna oggi, in molti casi, non chiude un capitolo: ne apre uno nuovo, sapendo che potrebbe non essere nemmeno l’ultimo. È una geografia personale che vent’anni fa nemmeno si immaginava possibile e che oggi sta diventando, quasi senza che ce ne accorgiamo, una nuova normalità italiana.