Un messaggio su WhatsApp richiede tre secondi: lo scrivo mentre aspetto il caffè, lo dimentico subito e di solito anche chi lo riceve lo dimentica altrettanto in fretta, confuso e sommerso in mezzo alle decine di altri messaggi spesso inutili.
Oggi però ho inviato una nota ad un caro Cliente ed amico che è in ospedale e ho sentito il bisogno di fare qualcosa di diverso che trasmettesse veramente la mia vicinanza a lui in questo particolare momento — e ho scelto di scrivergli un biglietto a mano. Un biglietto scritto a mano è un’altra cosa: non solo perché bisogna scegliere la carta, trovare la penna, pensare cosa dire, scriverlo senza poter cancellare, e poi consegnarlo o spedirlo. E nemmeno per i tre minuti, forse cinque che servono per pensarlo e crearlo. Ma dentro quei minuti c’è qualcosa che un messaggio digitale non contiene: la prova che ho pensato a te per un tempo che avrei potuto usare per altro.
Non so se c’è una prova scientifica o se è solo un mio personalissimo pensiero e non ho numeri da portare a favore. Non so nemmeno se i biglietti scritti a mano “rendano” effettivamente più dei WhatsApp. Credo però che il tempo dedicato sia l’unica cosa che non si può fingere. Una frase scritta al computer può sembrare sincera; una scritta a mano, con la tua calligrafia e le tue correzioni, lo è quasi per forza.
È un gesto comune, semplice, che si è perso tra la praticità di una tastiera e la velocità di uno smartphone — un piccolo gesto, però, che testimonia un’umanità spesso dimenticata. Un pensiero vero che può fare capire a un Cliente, a un amico, a un collega, che per noi lui o lei non è un nome in una lista, ma una persona. Una persona vera che può apprezzare anche la forma un po’ più grezza, ma umana, di un messaggio manoscritto.