Written by • 13:18• Riflessioni

A che età i nostri figli escono di casa?

Da genitore, soprattutto vedendo cosa succede negli altri paesi, ogni tanto mi sorprendo a fare un pensiero che fino a qualche anno fa non facevo: a che età i miei figli usciranno di casa? Non ho nessuna fretta, anzi. Ma tra le date che segnano la vita di un genitore, quella in cui un figlio parte per andare a studiare o lavorare (spesso anche all’estero) è forse la meno raccontata.

Qualche settimana fa Eurostat ha pubblicato i dati sul 2025 e mi sono fermato a guardarli con più attenzione del solito. Nell’Unione Europea i giovani lasciano la casa dei genitori a 26,3 anni in media. In Finlandia a 21,4, in Danimarca a 21,8. In Italia, come in Spagna, a 30,2: quasi nove anni di distanza dai finlandesi. Certo, lo sappiamo e lo abbiamo sentito dire tante volte: «i giovani italiani vivono tutti a casa con mamma e papà fino a 30 anni». Ma quel numero in realtà, a fini statistici, indica l’età alla quale metà dei giovani non vive più con i genitori e le famiglie, come sappiamo, sono sempre più varie.

Eurostat mette poi accanto un secondo dato, quello sul lavoro. Dove si esce di casa prima della media europea, come nei Paesi Bassi, in Danimarca, in Germania e in Svezia, lavora una quota più alta di giovani tra i 20 e i 29 anni; dove si esce più tardi, come in Grecia, Croazia, Spagna e Italia, quella quota è più bassa (la media dell’Unione, nel 2025, è il 65,5%). I due numeri camminano insieme, ma da soli non dicono quale dei due sia la vera causa dell’altro, e credo che contino anche le abitudini delle famiglie. Inoltre da noi in Italia non possiamo dimenticare che il costo della vita al nord, dove potenzialmente sarebbe più facile per un giovane trovare lavoro, corrisponde anche ad un costo della vita molto più alto — che male si sposa ad una prima retribuzione.

Lo vedo spesso parlando con i miei Clienti: genitori che mi raccontano di figli di venticinque, ventotto anni ancora in casa, quasi sempre con la stessa frase, «tanto non c’è fretta». E hanno ragione, finché è una scelta. Come per il primo gradino che per molti giovani è diventato più alto, il punto non è l’età scritta sul documento, ma se uscire di casa è un passo che si sceglie di fare quando si è pronti o una condizione inevitabile che proprio malgrado bisogna accettare: in fondo non penso che neanche loro siano contenti di non essere ancora indipendenti a 30 anni…

Il numero di Eurostat è un’età, ma quello che conta è chi decide: si resta a casa perché si sta bene o perché fuori non ce la si fa?

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