Quando ero bambino, uno dei miei cartoni preferiti erano le avventure di Grisù, il draghetto che — a dispetto della sua natura incendiaria — da grande sognava di fare il pompiere. Ogni episodio si chiudeva con la sua promessa, quasi un grido di battaglia: “Farò il pompiere!”.
A quei tempi, se avessi chiesto ai suoi coetanei in carne e ossa cosa volessero diventare, avresti sentito il calciatore, l’astronauta, il pilota, il dottore, l’ingegnere, lo scienziato… Provate a farla oggi, quella domanda, a un teenager: la risposta che sentirete più spesso è “l’influencer”. E non è solo un’impressione: i sondaggi attuali rivelano che più della metà dei ragazzi lo indica come lavoro dei sogni.
Non mi ha quindi stupito leggere che alcune università americane, anche di un certo peso, hanno lanciato veri e propri corsi di laurea per diventarlo. L’Arizona State University, con la sua storica scuola di giornalismo, offre da quest’anno una laurea in Content Creation — con tanto di corso “Come diventare un influencer” e un esame finale che consiste nel costruirsi un pubblico vero, follower alla mano. E non è l’unica.
Ma dietro la parola “influencer” che ci fa alzare il sopracciglio c’è un’economia da oltre 250 miliardi di dollari e competenze concrete: produzione di contenuti, gestione del pubblico, analisi dei dati, rapporti con i brand. Ogni epoca ha guardato con sospetto i mestieri nuovi che non capiva e vorrei ricordare a tutti che ai miei tempi anche “il calciatore” non era considerato un “lavoro serio”, così come non lo era (e forse non lo è ancora) quello di giocatore professionista di videogames — che però ormai in America e in Asia è una professione di fatto.
C’è però un punto in cui “influencer” somiglia parecchio ai sogni di una volta — il calciatore, l’astronauta: sono pochi quelli visibilissimi, che arrivano in cima, e sono invece una moltitudine quelli invisibili che restano ai piedi della montagna. Il rischio non è il sogno: è scambiare l’eccezione per la regola. Vedere solo chi ha vinto la super lotteria e non le decine o centinaia di migliaia che hanno comprato il biglietto ma non hanno mai vinto.
Dietro ogni successo che si vede c’è una base enorme che non si vede. Per questo non serve spegnere il sogno: serve costruirlo su fondamenta solide, su competenze che ti restano in mano anche se i riflettori non si accendono — anche se il grande salto non arriva mai.
Grisù, forse, pompiere non lo è mai diventato. Ma per centinaia di puntate non ha mai smesso di provarci e il suo sogno non si è mai spento. E forse, ai ragazzi di oggi, invece di chiedere “cosa vuoi fare da grande” dovremmo lasciarli sognare come è giusto che sia e cercare di far loro capire che prima di ogni traguardo c’è comunque sempre preparazione e fatica.