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Vietare non basta: il vero tema è insegnare

Negli ultimi mesi diversi Paesi hanno deciso di affrontare il problema dei social media e dei minori: un tema spinoso che coinvolge valutazioni psicologiche difficili da fare anche per gli addetti ai lavori e che, con i fenomeni più recenti del lookmaxxing, degli incel e dell’estremizzazione in generale, ha dimostrato di avere risvolti che, partendo dalla crisi d’identità e passando dal bullismo, possono arrivare fino a rischi più estremi.

La soluzione adottata finora è quella di vietare l’accesso ai social sotto una certa età. L’Australia è stata la prima, lo scorso dicembre, fissando il limite a 16 anni. Pochi giorni fa, il 21 luglio, la Francia ha approvato una legge simile per gli under 15 e il Regno Unito ha annunciato un divieto analogo in arrivo dal 2027. Anche noi in Italia ne stiamo discutendo in Parlamento e siamo, indicativamente, allineati sulle stesse posizioni. L’intenzione, dietro questi provvedimenti, è comprensibile e condivisibile: proteggere i più giovani da contenuti dannosi, dall’esposizione continua, da dinamiche pensate per essere coinvolgenti e per creare assuefazione.

Il problema è che, a distanza di mesi, i primi dati dall’Australia raccontano una realtà diversa: circa 7 ragazzi su 10 che avevano già un profilo prima del divieto hanno continuato ad accedere comunque alle piattaforme, con account di adulti, documenti falsi o semplici escamotage tecnici. Non è un fallimento di intenzioni, ma un fallimento di metodo — e la ragione è più semplice di quanto sembri: quando vietiamo l’alcol o le sigarette a un minore, il controllo è fisico, immediato, verificabile — un documento, un volto, un momento preciso. Online, quel controllo non esiste. Certamente tutto si può sempre aggirare, ma nel caso dei divieti di cui sopra serve la complicità di un adulto, di un fratello maggiore o di un commerciante privo di scrupoli, e c’è comunque un rischio a cui il bambino si espone per soddisfare la propria naturale curiosità.

Ora, come genitore soprattutto, mi rendo conto che davanti a un rischio, l’istinto immediato è spesso quello di togliere l’accesso, chiudere la porta, vietare. È una reazione naturale e in certi contesti funziona perché la barriera è concreta. Ma quando la barriera è facilmente aggirabile — come nel digitale — il divieto secco, da solo, non basta, serve qualcosa in più. Non è un tema con una risposta semplice e capisco perfettamente chi preferirebbe una soluzione netta e definitiva. Ma la parte più difficile — e più importante — del nostro compito, che si tratti di social media o di altri divieti, resta quasi sempre la stessa: non proteggere i più giovani togliendo loro il mondo, ma prepararli ad affrontarlo.

Non serve vietare ai ragazzi di avere a che fare con il mondo social, aspettando che diventino “grandi abbastanza” per poterlo gestire in autonomia. Serve dare loro, per tempo, gli strumenti per riconoscere un rischio, capire una scelta, gestire un errore prima che diventi un problema serio. Vorrei chiudere dicendo però che è anche un problema delle piattaforme, che devono fare qualcosa e assumersi le loro responsabilità. Non possiamo lasciare la narrativa esclusivamente a loro, perché altrimenti finiamo come con il tabacco, che per decenni è stato pubblicizzato con il volto di medici e claim salutistici, prima che si scoprisse quanto fosse dannoso.

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