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Non chi eredita l’azienda, ma cosa sopravvive

Passaggio generazionale

Per anni ho sentito parlare di passaggio generazionale come se fosse un evento che accade, quasi a sorpresa: un giorno prefissato, come la data di un matrimonio o l’apertura di una nuova sede, in cui il fondatore passa le chiavi al figlio o alla figlia — e da lì in poi si vedrà. Ma le famiglie imprenditoriali che vogliono far crescere le loro imprese e dare un futuro solido al loro business anche dopo il passaggio generazionale, questa data non la vivono così. Per loro è un processo lento, fatto di piccole cessioni di responsabilità, di errori corretti in corsa, di ruoli che si ridisegnano un pezzo alla volta. E quando si prova a comprimere tutto questo in una data, in un atto notarile, in una singola decisione — lì nascono i problemi.

Ogni azienda a base familiare è un patrimonio che va oltre la proprietà: è occupazione, competenze, relazioni con fornitori e con i Clienti, identità del territorio. Quindi quando un imprenditore che sta pensando al “dopo” vuole pianificare la successione, la vera domanda da fare non è “a chi vuoi lasciare l’azienda“, ma cosa ha costruito e cosa vuole che sopravviva. Sono due domande diverse, con risposte diverse e che portano a due percorsi diversi.
In tanti casi il vero problema non è che l’azienda cambi proprietario – e quindi, se vogliamo, che ci sia una visione diversa. È che perda, nel passaggio, il suo metodo di lavoro, il rapporto con le persone, la reputazione costruita in vent’anni, il vero valore che l’ha portata ad essere riconosciuta sul mercato. E quello, se non lo pianifichi per tempo, non te lo restituisce nessun notaio.

Il passaggio generazionale quindi non può più essere affrontato solo come una questione familiare. È una questione di governance, di organizzazione, di valorizzazione delle competenze e capacità delle imprese di programmare il proprio futuro. Forse il concetto giusto, oggi, sarebbe di descrivere questo momento aziendale non più come un “passaggio” ma come una soluzione di “continuità aziendale” e alla fine la domanda giusta non è mai una sola: a chi lascio le chiavi, certo. Ma prima ancora: cosa voglio che resti in piedi quando io non ci sarò più a deciderlo? Chi si fa questa seconda domanda per tempo, di solito, il “dopo” lo vive con meno paura.

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