Ho letto un’analisi su Wall Street Journal che mi ha fatto riflettere parecchio e credo valga la pena condividerla perché riguarda un po’ tutti noi, sia come professionisti che come investitori: oggi la ricchezza si crea soprattutto dal capitale finanziario, non dal lavoro. Preoccupante da un certo punto di vista, inevitabile da un altro, ma soprattutto innegabile.
I profitti delle aziende sono mediamente negli ultimi anni molto più alti, ma questo non si è tradotto in stipendi più alti — al massimo, in maggiori profitti per gli azionisti. Il risultato? Chi ha capitali da investire vede crescere il proprio patrimonio in modo esponenziale, mentre con il guadagno del proprio lavoro si fatica a tenere il passo con l’inflazione. Non sto dicendo che sia giusto o sbagliato, ma l’analisi del WSJ ci conferma che è così che funziona il sistema oggi e noi dobbiamo prenderne atto (e agire di conseguenza).
Ora, cosa significa questo per un professionista o un imprenditore italiano medio? Premetto che non ho intenzione di fare un dibattito teorico sulla giustizia sociale, ma per l’economia del risparmio personale, che è il campo che mi compete, ci sono implicazioni concrete da considerare.
Primo: se la tua ricchezza personale dipende solo dal tuo lavoro, sei dalla parte debole dell’equazione. L’economia attuale sta premiando chi fa lavorare i soldi, non chi lavora. Questo non vuol dire mollare tutto e diventare trader fai-da-te, ma significa che devi iniziare a pensare a come allocare una parte dei tuoi guadagni in modo strategico. Anche piccole somme, se ben investite nel tempo, fanno la differenza.
Secondo: se sei un imprenditore devi ripensare in fretta al tuo modello di business. Un’azienda che dipende solo dalla fatica tua e dei tuoi collaboratori è vulnerabile ed è pronta per essere attaccata dalla tecnologia AI che incalza. Bisogna evolvere, liberarsi dal modello iper-artigianale che caratterizza la maggior parte delle micro-imprese Italiane e costruire asset che generano valore in modo più scalabile: proprietà intellettuale, sistemi automatizzati, investimenti in innovazione.
Terzo aspetto, che potrebbe essere un dulcis in fundo (ma anche un venenum in cauda): questa divergenza tra capitale e lavoro non è sostenibile a lungo termine. Prima o poi qualcosa dovrà cambiare, che sia per pressione sociale o per una nuova crisi. Chi si posiziona bene oggi, diversificando e costruendo sia patrimonio lavorativo che finanziario, sarà pronto ad affrontare qualsiasi scenario domani.